19/03/2010

Di tal fatta

Abbiano la mala pasqua i pessimisti, gli scettici, ed altri filosofi
di tal fatta, i quali sostengono che l'uomo sia un animale invidioso
per natura, e che le nostre buone qualità sieno solamente effetto di
paziente educazione, come a dire di strofinamento e di verniciatura.

Grazie al cielo, e con licenza dei filosofi sullodatì, ci sono ancora
delle anime intimamente buone, la cui virtù è frutto di generazione
spontanea, non già conseguenza d'innesto sapiente, o d'arte
giudiziosamente educatrice. E ci sono altresì degli uomini che non
soffrono il male dell'invidia, neanche (e questo è meritorio da parte
loro) quando vedono che Tizio o Caio ha ingegno o attitudine da
superarli di gran lunga, in questa o in quella disciplina.

Vedete, ad esempio, il nostro bravo messer Jacopo di Casentino. Il
vecchio scolaro di Taddeo Gaddi, il degno continuatore della
tradizione di Giotto, indovinava facilmente che quel giovinottino da
lui preso a bottega, quando avesse fatto un tantino di pratica nel
maneggio dei pennelli, sarebbe diventato di schianto un artista
insigne, un maestro, da lasciarsi addietro i migliori del suo tempo. E
per lui, per quell'aquilotto che metteva appena i bordoni, mastro
Jacopo aveva smosso il suo piglio burbero; per lui trovava le parole
amorevoli, la placida assiduità degli insegnamenti, la ineffabile
tenerezza dei conforti paterni.

Due sentimenti diversi lo persuadevano a ciò. Il primo era quello
dell'ambizione. Esser maestro ad un discepolo che non aveva punto
mestieri di rimproveri e così poco di incitamenti a far meglio, poter
raccomandare il suo nome ad un nuovo argomento di gloria, eccovi
l'ambizione di mastro Jacopo; ambizione legittima, e, quel che più
monta, di effetto sicuro, si sarebbe detto un giorno: Spinello
Spinelli, il famoso pittore d'Arezzo, era scolaro di Jacopo da
Casentino. Degno del maestro il discepolo! E se pure si fosse dovuto
dire: migliore del maestro la gran pezza, sarebbe stato poi un gran
male? Avere indovinato un ingegno potente, averlo tratto
dall'oscurità, avergli per così dire adattate le ali agli omeri, non è
forse una gloria, un titolo di merito al cospetto dei posteri, specie
quando un simil titolo si può metter di costa ad altri parecchi?

Ora, che mastro Jacopo di Casentino non s'ingannasse in questi suoi
sogni ambiziosi, la storia dell'arte italiana lo ha dimostrato. La
fama di Spinello Aretino ha confermata, se non per avventura
accresciuta, la fama del suo vecchio maestro.

L'altro sentimento era d'indole affatto domestica. Gli dò mia
figlia;--diceva tra sè mastro Jacopo.--Bello lui, come essa è bella:
ha ingegno, salirà presto in eccellenza d'arte; avrò in lui un aiuto
maraviglioso; prospererà la mia scuola; Arezzo contenderà la palma a
Firenze....--

E qui mastro Spinello....Ma via, non precipitiamo nulla, raccontiamo
le cose per filo e per segno, non mettiamo il carro avanti ai buoi.

Madonna Fiordalisa, ve l'ho già detto, si dimostrava umana col nuovo
discepolo dì suo padre. Più volte nel corso della settimana, o con un
pretesto o con l'altro, Spinello Spinelli era invitato a desinare dal
maestro; onore che toccava di rado agli altri compagni suoi di
bottega. Qualche volta anche lei discendeva al pian terreno; e
certamente più spesso che non le accadesse da prima; ora per avvertire
il babbo che si dava in tavola, ora per chiedergli il suo parere su
questo o su quel particolare d'economia domestica, ed anche, perchè
bisogna dir tutto, anche senza una ragione sufficiente per scendere.
Ma già deve trovarla sempre, e per ogni cosa, la ragione sufficiente?
I filosofi, che hanno voluto metterla come fondamento dei loro
sistemi, si sono trovati anch'essi il più delle volte impacciati.

E Spinello ardeva; e l'interno ardore gli traluceva dagli occhi. Voi
lo sapete, lettori, perchè di lì ci sarete passati un giorno anche
voi; l'amore e la tosse si nascondono male. Anche madonna Fiordalisa
nascondeva male il senso che faceva su lei l'amore di Spinello
Spinelli; anzi, non lo nascondeva affatto. Perchè avrebbe dovuto
nasconderlo? Non era nato, quell'affetto, e non cresceva forse
liberamente sotto lo sguardo benevolo di suo padre? Era da principio
un po' timida; poi, nel ravvisare la stato del proprio cuore, si era
fatta contegnosa. Ma queste deboli difese, pari alle fortificazioni
improvvisate lì per lì da un esercito in aperta campagna, durano
appena quel tanto che basti ad una semplice ricognizione. E madonna
Fiordalisa non aveva durato fatica a riconoscere che quel gentile e
modesto innamorato non era altrimenti un ingannatore. Si sentì
raffidata e gli diede senza contrasto il suo cuore. Dolce abbandono,
che non è turbato da nessun sospetto, da nessuna paura!

Mentre faceva quei progressi nel cuore di lei, e forse per la stessa
ragione che li faceva, il nostro Spinello avanzava rapidamente nella
disciplina che aveva con tanto ardore abbracciata. Imparava facilmente
quel che oggi si chiama il meccanismo dell'arte. Sapeva come si
dovessero unire i colori, a fresco e a tempera, o come si avessero a
dipingere le carni e i panni, per modo che ne venisse rilievo e forza
alle figure, mostrando l'opera chiara ed aperta; conosceva quali
colori si dovessero usare nel dipingere a fresco, cioè tutti di terra
e non di miniere; con che risolutezza di mano si avesse a condurre il
lavoro, prima che l'intonaco del muro potesse disseccarsi, e qual
forza dovesse dare al colore, perchè le tinte, mentre che il muro è
molle, mostrano una cosa in un modo, che poi, secco il muro, non è più
quella di prima. Ed altre cose aveva prontamente imparate, con potenza
di desiderio, anzichè per pratica; del dipingere a tempera, cioè col
rosso dell'uovo e col latte del fico mescolati nei colori; del
dipingere a chiaroscuro, contraffacendo le cose di bronzo: e
finalmente del fare gli sgraffiti sulle mura, per modo che reggessero
all'acqua piovana.

E tutto ciò senza rifarsi pure una volta ai principii. Tirato dalla
sua inclinazione a schizzare dal vivo, od altrimenti dal naturale,
Spinello Spinelli era già andato molto innanzi nel disegno, esprimendo
col lapis rosso di Lamagna, o col nero di Francia, figure,
atteggiamenti, partiti di pieghe, od altro che gli toccasse l'animo.
Così lavorando, aveva acquistato una maravigliosa destrezza a fare con
la penna i dintorni delle cose vedute, dando le velature e le ombre
con una tinta dolce, che otteneva dall'inchiostro stemperato
nell'acqua. E da ultimo, come abbiamo veduto dai disegni suoi, che
erano andati sotto gli occhi di mastro Jacopo, faceva ogni cosa a
tratti di penna, lasciando che i lumi delle figure fossero resi dal
bianco della carta.

Del resto, in quei cominciamenti della pittura mancavano i grandi
esemplari da proporre ai discepoli, e ognuno ritraeva dal vero,
portando nell'opera quei medesimi difetti e qualità, che erano
nell'occhio di ciascheduno, e nel suo modo particolare di veder la
natura. Che se a voi, lettori discreti, paresse strano il caso di
tanti pittori i quali vedevano la figura umana più smilza del
naturale, di guisa che nei dipinti di quel secolo non si scorge ombra
di quella pienezza di forme che è tanto comune in natura, io vi
pregherò di ricordare che quei bravi rinnovatori dell'arte escivano
allora dagli stecchi della pittura bisantina, e, per vedere tutto il
vero nel vero, dovette mancar loro il coraggio. _Natura non facit
saltum_, si è detto; anche l'arte ha dovuto andare per gradi.

Per contro, se i pittori della scuola di Giotto davano ancora troppo
nello smilzo, avevano già la cura lodevole del finito; laonde se i
corpi delle loro figure, asciutti come sono, accusano la povertà degli
studi anatomici, la espressione dei volti e diligenza nel disegnare le
estremità, ci appalesano quel sentimento profondo della verità, che
doveva rifare di sana pianta le arti figurative e non far rimpiangere
al mondo la perdita dei capolavori di Apelle e di Zeusi.

Ho detto, e ritorno a Spinello Spinelli. Il quale, vedendo operare
mastro Jacopo di Casentino, si accese del desiderio di dipingere a
fresco, che era in quei tempi il sommo dell'arte. Ma tacque il suo
pensiero, che gli pareva troppo audace, anzi temerario senz'altro, e
si restrinse ad osservare il modo con cui mastro Jacopo preparava i
cartoni, ringrandendo a vaste proporzioni i suoi disegni, e qualche
volta, ad ottenere i giusti effetti di luce e d'ombra, facendo modelli
di creta, i quali disposti in una data azione tra loro, lasciavano
vedere gli sbattimenti, i rilievi, e tutte l'altre particolarità di
cui si vantaggia la prospettiva d'un quadro.

Tre mesi erano scorsi dacchè Spinello viveva al fianco di mastro
Jacopo, e il giovinotto, a mala pena ventenne, aiutava già il
principale negli affreschi del Duomo Vecchio, di quel Duomo in cui per
la prima volta aveva veduto madonna Fiordalisa. S'intende che Spinello
tratteggiava sull'intonaco i disegni del maestro, e sotto gli occhi di
lui ci metteva il colore.

Immaginate voi come si struggessero di rabbia i compagni di Spinello.
Escludiamo, per altro, il povero Parri della Quercia, modesto e buon
giovane, il quale non si sentiva nato per la grand'arte dell'affresco
e si contentava di lavorare a tempera certi trittici, e pale d'altare,
che erano commesse a mastro Jacopo da qualche pieve, o da qualche
oratorio del contado. L'affresco voleva ardimento d'ingegno,
franchezza di mano, sicurezza di giudizio. e tante altre belle
qualità, che non erano nell'indole di Parri. Ma gli altri discepoli di
mastro Jacopo, assai meno valenti di Parri della Quercia, erano anche
assai meno modesti di lui, e si rodevano di vedere quel nuovo venuto,
che si spingeva in brev'ora tanto innanzi nel magistero dell'arte, e,
quel ch'era peggio, nelle grazie del maestro.

17:10 Scritto da: resturo | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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